A tu per tu con Dario Fiocchi Nicolai

L’exhibition pittorica “La vanità dell’Assenza” di Dario Fiocchi Nicolai, a cura di Matteo Maione,
è stata varata lo scorso 13 giugno, ed è stata ospitata da Kayros Contemporary Art a via Giulia nr. 8 fino al 31 luglio 2025.

Pubblicata su
internationalwebpost.org

il 15 Giugno 2025

L’esposizione invita a una profonda e chiara riflessione sulla vanità dell’apparire e sull’inconsistenza di tale manifestazione. Attraverso le opere di Dario Fiocchi Nicolai, e la sapiente curatela di Matteo Maione, i visitatori di “La Vanità dell’Assenza” sono guidati in un percorso che esplora l’ossessione contemporanea per la presenza e l’immagine, interrogandosi sul significato di “esserci a tutti i costi”. Il titolo stesso suggerisce un paradosso, ponendo l’accento su un’assenza che, lungi dall’essere vuoto, rivela la futilità di una costante e non autentica apparizione.

Il vernissage del 13 giugno 2025 è  stato vincente, così come l’idea sottesa a questa mostra. Tra gli ospiti intervenuti all’opening, in ordine casuale: il Cavaliere di Gran Croce Ilario BortolanPresidente della Associazione Regina Elena Onlus; la curatrice d’Arte Simona De Pinho; i giornalisti Sara Lauricella e Francesco Febbraro; l’attore Alex Partexano; l’attrice  Gaia Zucchi insieme allo  scrittore  Nicky Marcelli; il prefetto  Fulvio Rocco de Marinis accompagnato dalla opinionista Jolanda GurreriAntonella StelitanoConsigliere Nazionale del Comitato Italiano Fair PlayPaolo Celli, lo Chef dei Divi di Hollywood; il regista Domenico Briguglio.

Incontriamo Dario Fiocchi Nicolai all’indomani del vernissage, per una chiacchierata informale sul suo progetto artistico.

La sua mostra si intitola “La Vanità dell’Assenza”, un ossimoro che invita a riflettere. Qual è l’idea centrale che l’ha  spinta a esplorare il tema della “vanità dell’apparire”,  e come si manifesta nelle sue opere?

Si tratta solo apparentemente di un ossimoro; infatti, l’ansia di apparire porta l’uomo a rappresentarsi in forme effimere che celano il vuoto interiore. Da qui deriva l’assenza dell’individuo a se stesso. Al tempo stesso volevo rappresentare tramite quest’ansia la vacuità del business dell’arte che si nutre di concetti e forme spesso evanescenti, e che crea eventi nei quali l’arte è meno protagonista degli stessi spettatori. Diventa spesso pretesto per dar vita al teatro dell’evento stesso.

  • Il curatore Matteo Maione descrive le sue figure come “evanescenti”, alla ricerca di una “fame di presenza”. Come si relaziona questa descrizione con la sua intenzione artistica? In che modo le sue tele diventano specchi in cui la società può riconoscere le proprie dinamiche?

Il vernissage, come momento che offre la possibilità di guardare e di guardarsi, è un bell’esempio di come l’uomo oggi si relazioni col mondo interiore ed esteriore. Il mondo esteriore in questo caso riflette l’inconsistenza di quello interiore, per questo le figure sono evanescenti, e spesso intimamente e tragicamente sole nel momento stesso in cui sembrano inserite in un contesto di convivialità. Al contrario, un tempo la passione che si aveva per la vita, e l’arte ne era un esempio pieno, creava esseri più consapevoli, che non erano animati da una fame spasmodica di presenza e di facili relazioni come accade oggi ad esempio col mondo dei social media, dove chiunque può illudersi di “essere” nel momento in cui solamente appare. Le mie tele mettono a nudo tale condizione, con un taglio grottesco che evidenzia le debolezze umane. Ciò non vuole degradare e farsi beffe dell’essere umano, bensì suggerire uno sforzo di presenza interiore, e non solo esteriore.

  • L’ Artista trova una forma di redenzione attraverso la sua arte, trasformando il medium in uno strumento di indagine introspettiva e critica sociale. Potrebbe spiegarci meglio questo processo di “auto-indagine”, e come si traduce visivamente nelle sue quindici tele in esposizione a Roma?

A mio avviso ogni indagine è per forza di cose un’auto-indagine. Innanzitutto perché noi cerchiamo sempre in noi stessi la misura delle cose, poi perché forse, se un tema interessa, è anche perché coinvolge direttamente, o perché ti ci sei confrontato. Io per primo sono un assiduo frequentatore di vernissage ed eventi artistici in genere; anch’io noto in me alcune delle dinamiche che denuncio nella mostra. Come frequentatore di vernissage, avevo notato che si vedono quasi sempre le stesse persone esibirsi alla stregua di personaggi: c’è chi si atteggia a critico, chi a nobile decaduta, chi a compratore, chi si presenta vestito di tutto punto per sfoggiare chissà quali abilità di seduttore, chi si getta sul buffet. E così via.
Per rappresentare queste figure, ne ho selezionate alcune che avevano le caratteristiche dell’archetipo: l’affabulatore, il “competente” spaccone, lo scroccone e la donna vanesia. C’è infine anche…l’artista. Ci sono anch’io, in effetti. Ho inserito  in quasi tutti i dipinti la donna vanesia come espressione simbolica della vanità: un fantasma che si aggira silenzioso e pervasivo. Passa dai quadri al tavolo del buffet con noncuranza; ti guarda negli occhi o sgattaiola sfuggente tra i visitatori. E’ la presenza-assenza che lega tutti i dipinti.

  • Il vernissage, un tempo riservato a pochi “privilegiati”, è ora un evento che si sceglie “attraverso il web”. Come percepisce questa evoluzione nella fruizione dell’arte? In che modo la sua mostra, pur essendo ad ingresso libero, intende ripristinare un senso di “partecipazione autentica” per il visitatore?

Un tempo solo chi amava l’arte frequentava i luoghi dell’arte. Oggi non è più così, forse per colpa dell’arte stessa che si è volgarizzata: per inseguire le mode gli artisti si affidano a ciò che detta la critica, che spesso crea fenomeni artificiosi e vuoti. Se un fenomeno artistico è vuoto, niente di strano che i visitatori lo osservino con divertito distacco. Manca ciò che prima caratterizzava la fruizione artistica: il rapimento ha lasciato spazio al divertimento. La mia ambizione è rimettere l’Arte al centro, perché è una delle massime espressioni della vita, perché crea emozioni che esaltano l’esistenza. Vorrei che chi venisse alla mia mostra dismettesse per un istante i panni dell’ “attore da evento” o spettATTORE, e si cibasse solamente di pittura. Anche a costo di non gradirla dovrà confrontarsi con essa, come ci si confronta con un altro essere umano: come se fosse un esemplare unico. E lo è in effetti: nell’epoca della riproducibilità infinita delle immagini, la pittura – che piaccia o no – è ancora un manufatto.  Un atto unico.

  • La mostra promette di far sentire il visitatore “parte di un palcoscenico di attori e spettatori”. Come ha cercato di creare questa interazione? Quale messaggio spera che il pubblico porti con sé dopo aver visitato “La Vanità dell’Assenza”?

n effetti le figure del vernissage sono come spettri assetati di presenza: alla ricerca di un ruolo che forse stentano ad assumere nella vita quotidiana. Ho eseguito perciò opere che ritraggono tali figure in primo piano, in direzione del vernissage stesso della VANITA’ DELL’ASSENZA: sullo sfondo di quasi ciascun quadro, infatti, si notano alcuni dei 15 dipinti che esibisco nella mostra e che – appunto – rappresentano gli stessi visitatori. In definitiva, è come se la mostra si fosse già tenuta sulle tele, mentre l’evento vero e proprio non sarà altro che l’inverarsi di dinamiche già rappresentate. Per alcuni dei visitatori sarà una specie di epifania: essi, o parte di essi, non faranno che riconoscersi nei dipinti. Sulle tele sono intenti a chiacchierare e ad abbuffarsi (per lo più), mentre nella mostra potranno – forse per la prima volta – vedersi veramente. Sempre tra un drink e l’altro, s’intende. Saranno spettatori di una scena dipinta, nella quale gli attori sono essi stessi. E si porteranno a casa…sempre loro stessi. Ma io spero anche qualche quadro prima che la mostra finisca (sorride).

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