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Matteo Majone
13. Giu 31. Lug. 2025

La vanità dell’assenza

La vanità dell’assenza
In tempi remoti partecipare ad un vernissage significava essere dei
privilegiati, dei veri prescelti, proprio perché solo in quell’occasione
l’artista stendeva sul quadro la vernice finale trasparente, l’atramentum,
affinché i dipinti mostrassero una maggiore lucentezza, prima dell’apertura
ufficiale della mostra al pubblico. In tempi più recenti partecipare ad un
vernissage significa non essere più scelti ma semplicemente scegliere,
attraverso il web, un qualsiasi evento artistico, che riporti appunto la
parola vernissage. Si vedono così aggirarsi in questi luoghi delle figure
evanescenti, che sembrano vagare, attraverso impalpabili e sfuggenti corpi,
alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i loro smaglianti ed acuminati
denti, proprio per placare un’insaziabile e imprescindibile fame, che è però
fame di presenza, che diventa appunto esistenza, sopravvivenza in un
mondo nel quale si deve a tutti i costi apparire, ritrovarsi per poi riperdersi
nuovamente. “Chi vive, quando vive, non si vede: vive…Se uno può
vedere la propria vita, è segno che non la sta vivendo più: la subisce, la
trascina”, scriveva Pirandello; e, in questo senso, l’artista Nicolai sembra
essere riuscito a darci finalmente l’illusione di osservare e vedere la nostra
vita all’opera, senza subirla in questo caso, trascinandocene anzi fuori
attraverso la forza unica e redentrice dell’arte.
Ed è appunto a queste eteree ed incantate figure che Nicolai sembra
riferirsi e ispirarsi, allontanandosene però allo stesso tempo. La sensazione
dunque che si avverte in ogni suo quadro è quella di un’artista che
sembrerebbe aver passato e ripassato, su questi volti e corpi sfumati e
indistinti, proprio quella vernice trasparente, finendo per renderli ancora
più nitidi e resistenti al tempo, in una parola vivi. “La storia mentale
sottesa al dipinto è in chi lo guarda, o meglio in chi lo ‘legge’ cioè sono gli
spettatori che fanno il dipinto.” Così diceva Marcel Duchamp e allora,
come non mai, in questi quadri sono proprio gli stessi spettatori a “fare” il
dipinto, nel senso di essere essi stessi il dipinto, diventando così
spettATTORI, attori di un evento e contemporaneamente testimoni dello
stesso, personaggi in cerca di un pittore che li possa immortalare in un
momentaneo palcoscenico che poi non è altro che la loro stessa vita. Una
pittura dunque schietta e sincera, ma anche riservata e segreta, che cerca a
tutti i costi di immortalare ciò che di per sé è già morto, svanito, in quanto
mai esistito, verniciando e sverniciando, senza fine, dei semplici e mortali
esseri umani in un momento di epifanica e vanitosa assenza.
Matteo Maione